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środa, 7 grudnia 2011

1781 Domenico Caracciolo: Tre lettere dalla Sicilia del viceré D. Caracciolo

Tre lettere dalla Sicilia del viceré Domenico Caracciolo



Nota introduttiva
Domenico Caracciolo (1715-1789) è un notista atipico. Le sue lettere da Palermo, nei quattro anni che lo hanno veduto viceré, a partire dal 1781, non recano fini editoriali, resteranno perciò lungamente inedite: paiono tuttavia indicative dell'humus corrente nei circoli illuministici di Napoli, riguardo alla Sicilia. Le considerazioni che indirizza a Galiani, Filangieri, Acton, Caramanico e altri non sono in effetti quelle di un potente, ma di un osservatore equanime, niente affatto assolutorio dei mali siciliani e distante dai locali ceti dirigenti, che replicano con stizza assimilandolo al ceto dei paglietti. Allievo già di Antonio Genovesi e diviso fra l'illuminismo francese e quello partenopeo, in tali lettere il viceré mostra un profondo senso della politica e un contatto forte con l'Europa, mentre dipana lungo varie direttrici il suo concetto dell'isola, le sue opinioni sulla locale economia, le sue intime tensioni.
Amico di Diderot e d'Alembert dagli anni parigini, Caracciolo è un innovatore, quando le corti del cosiddetto ancien régime, prima che l'89 francese le faccia sussultare, si aprono con cautela ai correttivi, che non toccano beninteso i cardini dell'assolutismo, e sovente alle riforme. Ma una volta in Sicilia, che con irrisione reputa sauvage, il viceré napoletano partecipa a suo modo alle politiche dei lumi, con una radicalità che non passa inosservata nelle capitali.
In realtà, sin dagli anni di Bernardo Tanucci, c'è nel regno urgenza di sperimentare le riforme, per impinguare anzitutto le casse dello Stato, mentre l'Europa corre con le cadenze dell'in-dustria. Si tratta di ridurre l'indigenza, tassare adeguatamente i ceti alti, contenere il prepotere e le avidità degli ordini ecclesiastici. E, a onta delle resistenze, il 1767 marca un periodo cruciale, quando vengono cacciati i gesuiti e divisi i loro averi. In tale iter, Caracciolo si mostra deciso e irruento, dispotico quando occorre, capace di colpire il baronaggio pure nel prestigio, mentre mortifica l'alto clero con l'abolizione del Santo Uffizio nel 1782, che dà un tono di dirompente civiltà, del tutto inedito, alla contesa fra i poteri locali e la corona.
Carlo Ruta


Lettera a Ferdinando Galiani

Palermo, 21 decembre 1781

[…] Eccomi, caro amico, relegato sur les arides bords de la sauvage Sicile, e sono occupato toto Marte a procurare il ben publico. Ma incontro difficoltà grandi e des entraves ad ogni passo, e forse le più forti derivano da un vizio del governo medesimo. Tanti fori, tante giurisdizioni, tanti ordini e dispacci opposti da codeste segreterie, tanta debolezza e connivenza nel ministero, tanta rilasciatezza di disciplina e tanto disprezzo delle leggi farebbero cadere le braccia al Cristo del Carmine. Oltre che, il paese per se medesimo è male organizzato. È abitata la Sicilia da gran signori e da miserabili, senza classe intermedia, vale a dire è abitata da oppressori e da oppressi, perché la gente del foro servono qui d'istrumento dell'oppressore. Nel regno di Napoli vi è lo stesso vizio radicale di costituzione, perché qualche negoziante ricco, che di tempo in tempo sorge, si pone anch'esso subito nel rango dei signori; e, nonostante, costà il pagliettismo è quello che sempre per addietro si è opposto e fa argine alla violenza dei prepotenti, per la qual cosa si è più conservato un tal quale equilibrio nell'economia civile. Vero è però che attualmente avendo le segreterie invasa la potestà legislativa esecutiva economica, ogni specie di giurisdizione alta media bassa, ponendo le mani ad ogni cosa pubblica e privata, sino sopra i decreti e le cose giudicate, e per conseguenza tolgono ogni vigore alle leggi medesime, onde resta estinta la proprietà e la libertà civile senza niun vantaggio ed utilità del sovrano, così mi pare eziandio alterata questa specie di statica nel regno di Napoli, per cui il pagliettismo restava stabilito potenza intermediaria tra i grandi ed il popolo. Imperoché con l'occasione della divisata potenza delle segreterie, senza limite alcuno, egualmente i nobili ed i paglietti temendo il dispotismo de' segretari, che si estende non rare volte agli ufficiali della segreteria, ed intimoriti ed afflitti dalle battiture, le quali si dispensano tour à tour e bisogna riceverle senza appellazione, si sono venuti ad unire insensibilmente; o almeno, mi sembra la nobiltà e la gente del foro meno disunita, meno opposta de' tempi passati, e più fra loro concordi a sostenersi scambievolmente contro la forza destruttiva, dispotica ed illimitata della burocrazia, dalla quale la potenza ed il credito degli uni e degli altri ora rimane spento.
Tornando alla Sicilia, non potete immaginare che qui, oltre ad un vizio grande della procedura medesima de' tribunali, la magistratura biennale rende i giudici pensionari ed assalariati dei baroni, perché da avvocati passano a ministri, e da ministri fanno ritorno ad avvocati; inoltre l'ignoranza del foro in questo paese è superlativa: sono tutti barbari barbarissimi, uno o due soli sanno i classici latini e niuno affatto si può chiamare iurisperito, perché niuno di questi forensi vede e conosce al di là del rito di Alfonso, in cui consiste tutta la giurisprudenza sicula. Il papa del foro siciliano è il presidente Airoldi, barbaro e ignorante come tutti gli altri, però scaltro, souple, immorale, indifferente al sì ed al no; in somma volete la definizione di quest'uomo tanto celebre e potente in questo regno, e che è stato vicinissimo ad essere ministro in Napoli, quando fu eletto il marchese della Sambuca, ed anche poco appresso si parlò di lui, il presidente Airoldi à la metà dei vizi e delle virtù d'Ippolito Porcinara.
Prima di finire, bisogna ancora dirvi qualche cosa delle ninfe di cui mi avete fatto cenno. Hélas! mon cher ami. Mi pare di essere in mezzo a queste donne comme un lapin au milieu des poules. La sola Balducci mi è sembrata la femina di quelli animali fra' quali io sono maschio. Del resto bisogna giocare con queste carte, perché io stimo la società delle donne una salvaguardia per evitare quella troppo intima degli uomini, sempre qui intenti ou à tirer les vers du nez o pure ad alterare le cose che si dicono.



Lettera a Gaetano Filangieri
Palermo, 2 marzo 1782

Ricevo la stimatissima di Vostra Eccellenza in data dei 12 dello spirato, da cui rilevo lì suoi comandi, a' quali darò ogni opera per poterla servire. Tuttavia è cosa dura e malagevole di far pagare ai debitori in questo paese, e la difficoltà si rende maggiore quando si procede contro li ricchi; oltre che le leggi medesime favoriscono il ritardo in danno del creditore.
Crede Vostra Eccellenza che io faccia del bene in Sicilia? mi onora troppo, perché non ho che la semplice volontà di farlo, e quasi indarno mi sforzo ad adempire al mio dovere. Non ostante vado innanzi, siccome posso, con la scorta dei lumi, li quali si ritraggono dalla nobilissima opera della legislazione, la onde se fo qualche cosa si deve a Vostra Eccellenza, stante che deriva dalli documenti che imparo da lei. Ma il male è grande, il vizio è profondo e l'ammalato estremamente indocile ed ostinato. La Sicilia è male organizzata, essendovi due sole classi d'abitanti, signori e pezzenti, vale a dire oppressori ed oppressi; si aggiunge poi che li magistrati contemplativi, per non dire di più, sono gl'istromenti dell'oppressione. Nel nostro regno di Napoli il ceto dei paglietti ha fatto sempre barriera alla potenza baronale a non opprimere il popolo. Farebbero qui di bisogno remedi grandi, amministrati da mano intelligente e forte; se Vostra Eccellenza anderà a sedere in quella sede, siccome io spero, che già la pubblica fama disegna, ella potrà rimettere regola e norma in questo regno, e facendo valere le leggi, abrogare gli abusi, frenare l'arbitrio ai giudici e la prepotenza ai grandi, così ritornerà l'ordine, la giustizia e la civile libertà in Sicilia.
Ritorno all'affare raccomandato. Il consultore tiene incombenza per la consaputa causa del principe di Satriano; però esso mi dice che niuno assiste, onde è d'uopo di fare accudire acciò si possa procedere nelle forme su l'assunto. Dalla mia parte non lascierò di evitare il disbrigo, alla qual cosa sola si estende la facoltà mia.



Lettera al Marchese della Sambuca
17 marzo 1783


Niuna cosa ci deve confortar meglio ad abbracciare qualche progetto ordinato a rimuovere gli abusi e i disordini, che germogliano in uno stato e ne portano la rovina, quanto il conoscere e 'I vedere co' propri occhi con quanta facilità sia stato altrove eseguito e l'utile che n'è ridondato. Poiché dunque io ho proposto al re una nuova numerazione d'anime e una nuova stima de' beni in Sicilia, non sarà fuor di proposito che io rammenti a V. E. l'opera del censimento del ducato di Milano, stampata nel 1750 e ch'è in tanto pregio, cui, se V. E. si degnerà di dare un'occhiata, le sembrerà certamente che parli della Sicilia. Impercioché li stessi sconcerti, che qui si sperimentano nella distribuizione de' pubblici pesi, si soffrivano nel ducato di Milano o per poca cura o negligenza o per qualunque causa d'una Congregazione chiamata di Stato, che qui si dice Deputazione del Regno. Onde fu che l'imperator Carlo VI, dopo le vicende della guerra, rivolgendo le sue cure alla economia dello stato, eresse una Giunta detta del Censimento, la quale escogitò e propose i mezzi per riparare i danni, che nascevano dal ripartirsi male i pubblici pesi e dai danni in cui erano involti per questa cagione i comuni dello stato. I mezzi proposti dalla Giunta furono finalmente con tutto il buon successo eseguiti sotto l'imperatrice Maria Teresa d'immortale memoria. Non creda però V. E. che, appena eretta la giunta del Censimento, non si proposero infinite difficoltà ed ostacoli per frastornare l'impresa. Vi furono coloro che, temendo che il rimedio de' pubblici mali non può giovare ai privati interessi di tutti, fecero credere che non era sperabile la guarigione e che il rimedio poteva essere peggiore del male medesimo. E tanto più si cercò insinuare negli animi altrui questa diffidenza, quantonché i ripari che si proponevano rimuovevano ogni arbitrio nella imposizione delle pubbliche gravezze e nella ripartizione geometrica delle medesime, ed ogni parzialità nello spendere il pubblico danaro, i quali salutari effetti pello stato, pel patrimonio di qualunque comune e pel vantaggio del real erario sono desiderabili da tutti i buoni cittadini e da tutti gli onesti amministratori della pubblica economia.
Si disseminarono altre false voci, tanto più insidiose e facili a credersi quanto più difficile era a comprendersi la scienza delle imposte, tenuta, come qui, in una grande oscurità, cosicché i più culti paesani non ne possono avere le notizie più sincere e precise che a gran fatica, e con sommo studio si sono acquistate e con industria superiore all'autorità di qualunque privato. Si aggiungeva a questa diffidenza ed a' vecchi pregiudizi l'emulazione tra particolari città e tra un comune e l'altro, senza riguardarsi mai il bene e sollievo universale dello stato, ma riguardando ciascuno il circuito del suo luogo. Recava sospetto e diffidenza, e confermava gli errori popolari, che la Congregazione di Stato si opponesse alla operazione della Giunta di Censimento, la quale operava con riserba, e pareva che avesse apparenza di ostilità un benefizio che si voleva tenere occulto. Fu somma la novità della materia, i pregiudizi volgarmente sparsi, la mancanza delle cognizioni, la spesa che occorreva pel censimento, l'utile privato che ne attende chi veglia all'utile pubblico, il timore e la diffidenza dell'incertezza del rimedio trascinava anche le oneste persone a suspettare con buona fede quel che si sussurrava. Inoltre ai Milanesi si dava ad intendere che si volevano sollevare le provincie colla loro depressione; alle provincie, che i Milanesi si sarebbero procurato tutto il vantaggio nella stima de' loro beni, ai rustici s'incuteva timore col nome odioso di un nuovo censimento; al popolo, contristato dalle disgrazie e non avvezzo a sperare il bene, s'insinuava che il nuovo censimento fosse una macchina fiscale per esigere dai popoli maggiori somme del solito e che l'uguaglianza delle imposizioni non fosse un benefizio de' sudditi, ma che si sarebbe convertita in benefizio dell'erario. Dall'altra parte, assumendosi le parti del fisco, si diceva che non conveniva al principe d'ingerirsi nel ripartimento delle pubbliche gravezze e che, contento di esigere le somme che richiede, lasciasse ai pubblici rappresentanti di raccogliere le quote loro contingenti per non rischiare di perdere con una minuta e superflua ricerca, come se la diseguale distribuzione de' pesi non portasse l'aggravio di alcuni e la rovina dello stato e come se il principe, dove i pubblici rappresentanti sono d'accordo, non potesse essere sollecito ad investigare ciò che il bene de' sudditi dalla sua paterna bontà a ragione spera e richiede. Si giunse fino a dire che meglio sarebbe stato redimersi con una qualche offerta dell'erario da ogn'inquietudine e pericolo, come se dovesse il principe vendere in tal guisa il povero al ricco, il pupillo al tutore e gli amministratori agli amministrati. A tutte queste obiezioni si aggiunse finalmente che si pregiudicava la giurisdizione e le prerogative della Congregazione di Stato, tuttoché il principe, per il bene de' suoi sudditi, ha l'autorità di stabilire nuovi magistrati e fornirli di mezzi e regolamenti necessari per esercitare un'autorità tutoria e conoscere se i pubblici rappresentanti han ripartiti e distribuiti bene i pubblici pesi e suggerire loro i mezzi più confacenti al bisogno, sentendogli in giudizio e come parte.
Queste ed altre simili difficoltà, che si possono leggere nell'introduzione dell'opera citata Del censimento di Milano, non solo non ismossero l'animo dell'Augusta Sovrana, che anzi vieppiù la confirmarono nel proposito; sicché fece pubblicare quanto su questa materia era stato disposto dalla Giunta del Censimento e lo fece eseguire con quel successo e plauso che oggi sappiamo.
Spero, dunque, che, a dispetto di queste stesse difficoltà che oggi si promuovono, voglia degnarsi S. M. di far eseguire quanto da me si è proposto, sentendo, quandoché si voglia, la Deputazione del Regno, come parte, non già come giudice che debba esaminare della utilità o inutilità del progetto.

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